I BENI CULTURALI


PALA D'ALTARE DELLA CHIESA DI SANTA CROCE

Sant'Elena tra i santi Agostino e Nicola
Scuola bolognese del XVII sec
olio su tela, 270x220 cm.
Chiesa di S. Croce a Sant'Oreste (Roma)

Un intervento di restauro del dipinto raffigurante "Sant'Elena tra i Santi Agostino e Nicola", proveniente dall'altare maggiore della Chiesa di Santa Croce a Sant'Oreste, ha restituito un'opera di pregevole fattura.
La superficie pittorica era totalmente offuscata da uno spesso strato di colla animale ormai vetrificata, stesa in passato con l'intento di ravvivare i colori. Al termine della pulizia è emersa una tecnica pittorica che costringe a rivedere la tradizionale attribuzione ad Andrea Camassei. Caratteristica del dipinto è l'estrema cura della descrizione delle vesti e degli ornamenti, resi con un'evidenza quasi tattile.
In particolare, il piviale indossatoda Sant'Agostino, il personaggio in piedi a sinistra, è realizzato in tessuto rosso ricamato in oro, impreziosito lungo i bordi da piccole figure rese con tecnica compendiaria.

Sant'Elena è rappresentata nella classica iconografia in veste di imperatrice, con scettro e corona, sorreggente nella destra la Sacra Croce, secondo la tradizione da lei recuperata in Terra Santa.

Gli abiti che indossa sottolineano il suo grado e sono stati realizzati in modo tale da rendere evidente la tipologia delle diverse stoffe: il pesante raso della veste finemente ricamato e il ricco mantello azzurro e oro ridondante di pieghe, foderato di ermellino. In ultimo, come non sottolineare la luminosità e l'effetto quasi realistico dato dalla decorazione del piviale di San Nicola. In alto una luce dorata squarcia le nubi grigie, sulle qualisi posano degli angeli.
Tra questi spicca per bellezza il gruppo dei due sulla destra,in intimo colloquio. Sullo sfondo si apre un paesaggio con rovine classiche.

L'impianto compositivo ed iconografico, la tecnica pittorica, e come già evidenziato, l'estrema cura dei dettagli, riportano alla corrente artistica bolognese particolarmente fiorente a Roma nella prima metà del Settecento, i cui principali esponenti sono i Carracci, Domenichino, Lanfranco e Albani.

La presenza di questi artisti a Roma stimola il rinnovamento della pittura tardo-manieristica locale, ponendo particolarmente attenzione all'impianto monumentale delle figure, pur mantenendo la natura delle pose.

Un'impostazione classica di questi artisti è vivificata dall'uso di un colore e di una luce che rendono tangibili le figure e gli eventi rappresentati.

L'utilizzo di una tecnica a velature sovrapposte di colore, la tipologia dei volti (in particolare quello di Sant'Elena), l'abilità nella resa dei tessuti e dei gioielli, avvicinano il nostro dipinto alla produzione della bottega del Domenichino, della prima metà del XVII secolo.
Tale ipotesi può essere avvalorata da un ulteriore elemento emerso nel corso dell'intervento di restauro; in corrispondenza di numerose lacune non compare la preparazione e la tela, come normalmente accadde, bensì una precedente stesura di colore.

Per spiegare questa particolarità esecutiva si può ipotizzare che il dipinto sia stato in un primo momento soltanto abbozzato, che sia intervenuta una lunga interruzione, e che a distanza di tempo il pittore abbia poi dipinto la redazione definitiva.

In questo caso, in seguito all'essiccamento dei pigmenti sottostanti, non è stato possibile per l'artista ottenere una perfetta coesione tra le due stesure pittoriche sovrapposte (casi simili  sono stati già riscontrati nel corso di precedenti restauri su opere del Domenichino).
Inoltre i numerosi pentimenti riscontrati sul dipinto di Sant'Oreste, possono testimoniare o la lunga e sofferta elaborazione del pittore nella realizzazione dei suoi processi creativi, o l'intervento a distanza di tempo di una mano diversa. In particolare, sia le architetture che alcuni angeli, appaiono di qualità inferiore rispetto alle figure in primo piano.

Giunti a questa fase dell'intervento di restauro, a pulitura ultimata, per stabilire la paternità di un'opera di tale fattura, sono indispensabili ulteriori approfondite analisi; indagini, radiografie, riflettografie ad infrarosso, ricerche d'archivio.
Tali indagini potrebbero aiutare a definire la personalità di un artista che apparentemente gravitava nell'orbita del Domenichino.

(Cecilia Gugliandolo, Simona Marzullo)
Il recupero della pala d'altare avvenuto appena un anno fa con il contributo prezioso del Rotary Club, è un grande risultato raggiunto nella difesa del grande patrimonio artistico che il paese conserva.

L'opera legata alla committenza dei Cardinali Abbati va ad inaugurare ufficialmente la nuova Chiesa del Monastero voluta dal Card. Aldobrandini.
Quando l'altare verrà avanzato con l'ampliamento della stessa chiesa, nel '700 la tela troverà il suo luogo proprio nel nuovo altare, e verrà adattata a questa nuova situazione.
Questo passaggio è emerso anche dal restauro, dove sono visibili l'esistenza di una centina. Segno evidente che la tela era stata progettata per una chiesa più piccola che aveva il suo altare sotto all'arcone.

L'ampliamento della Chiesa verso Palazzo Caccia ha fatto adattare la tela al nuovo altare.
Attualmente la pala d'altare, vista la persistente umidità della chiesa stessa, è collocata ancora presso Palazzo Caccia Canali, ed è visitabile su richiesta.
E’ importante quindi avviare l'opera di deumidificazione della Chiesa per evitare che anche altri danni si possono creare.

Prima di tutto occorre intervenire nel piccolo spazio che isola la chiesa dal Palazzo, creando un vero isolamento alla parete sottostante e conducendo le acque al di fuori di questa zona.
Quindi questo è l'intervento che bisogna tentare e poi progettare un'opera di totale recupero di altri beni che sono all'interno della chiesa.

Un intervento in tal senso è auspicabile al più presto per poter pensare di ammirare la tela nel luogo per cui è nata.


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